Federico Aprile e Esmeraldo Baha

Francesco Aprile - Esmeraldo Baha

 

Elementi di filosofia naturale

Federico Aprile è affascinato da quell’espressione enigmatica, seduttiva, della filosofia della natura che conosciamo come alchimia. Una modalità “poetica” di confrontarsi con gli elementi delle natura, un’investigazione remota e intrigante – ma anche insidiosa – di interrogare il mondo, le sue forme, il suo modo di operare. E la pittura di Aprile vuol essere un’apertura sui segni che nel mondo fisico si manifestano e che sono in grado di modificarne, di trasmutarne la matrice; segni che legano l’atto visivo all’istante della contemplazione e della riflessione, nel tempo e nello spazio esatti della verifica del suo pronunciamento. Perché l’ “occulta lapide”, la pietra che gli alchimisti ricercavano per purificarla e renderla atto spirituale, in fondo è l’occhio con cui osserviamo le cose.

Nelle sue opere si delineano forme che spostano l’attenzione dalla fisicità contingente a dinamiche che diventano pulsioni intellettive e spirituali. Il farsi della sua ricerca, anche quando si mantiene composta entro un’apparente sembianza di illusoria forma rigorosa, scompone e disgrega la definizione della propria oggettività.

Ogni opera di Aprile individua la manifestazione di un passaggio dell’accadere, è un atto colto e raffinato che l’artista passionalmente coglie dall’infinito del divenire e che mantiene in tensione nella sua pura potenzialità. Una trasformazione permanente, inesausta, che non è mai algida, perché ci consegna una visione la cui libertà non si trattiene sulla superficie contenibile e arginabile del supporto ma, con ordine misurato e definibile, pare espandersi, moltiplicarsi in “figure” all’interno delle quali l’immagine si definisce e deflagra.

 

Lo spazio della pittura

Gyorgy Lukàcs aveva sottolineato che il romanzo nasce come anelito verso ciò che sta oltre l’orizzonte; espressione artistica di un senso di sradicamento che ci impone delle scelte. Un po’ come passare dalla bidimensionalità della necessità alla tridimensionalità della possibilità di contrastare tutto ciò che appare inevitabile, necessario, immediato.

La pittura di Esmeraldo Baha si dimostra uno sforzo costante per estendere il dominio sulla necessità. Se la techne è un’arte ingannevole, frutto di una manipolazione che istituisce tra l’uomo e la realtà una relazione indiretta, differita, Baha cerca di agire in modo “curvilineo”, capace di far trionfare il mediato sull’immediato; sembra disporre di una mente obliqua, di un gesto obliquo, mai frontale: sa disporre la propria intelligenza – e la propria tecnica – alla ricerca di soluzioni molteplici.

Sa ideare stratagemmi. Sa che riflettere, pensare attraverso la pittura, i suoi colori, la luce che essi inaugurano, è una sorta di “approssimarsi alla lontananza”, un’attesa. La capacità di creare uno spazio che genera molteplicità di forme narrative; il desiderio di indagare lo spazio tracciando diverse avventure immaginative; un fermento ricco e molteplice, che si muove dalle ragioni della forma alle emozioni generate da una sperimentazione che ricerca comunque originali strutture del visibile.

La pittura è lavoro, impegno, visione che deve accompagnarsi ad una perizia che si esercita sulla materia del colore e sulle procedure che danno vita alle immagini.

E questa apprensione, questa inquietudine, questo “desiderio”, non è sintomo di incoerenza, di una superficiale disponibilità a mostrarsi “abile” nella manipolazione della materia-colore. Piuttosto è la manifestazione, la prova della dedizione a interrogare le ragioni profonde delle immagini: forme imprigionate, memorie, bagliori, che chiedono di prendere corpo nel mondo dei sensi.

Beatrice Buscaroli